La Tribuna di Treviso 23 settembre

Uomini che picchiano le donne, aumentano le richieste d’aiuto

Telefono Rosa: a Treviso sono stati registrati 160 nuovi casi dall’inizio dell’anno ad agosto A novembre un progetto pilota: 80 ore di formazione per recuperare i maschi che alzano le mani.

Le donne sempre più oggetto di violenze, ma iniziano a denunciare.

Dietro ai lividi sul corpo di una donna si nasconde, spesso, la mano di un uomo. Non uno sconosciuto, ma il proprio compagno, marito, fidanzato. A Treviso è successo almeno 160 volte dall’inizio di quest’anno ad agosto, ci dice il Telefono Rosa del capoluogo, contando le richieste d’aiuto ricevute. Cifra che sale a 800 casi, nello stesso periodo in tutto il Veneto, mentre in Italia, ogni anno per “femminicidio” muoiono almeno 130 donne.

Numeri parziali, stime approssimative e per difetto, che non fanno emergere gran parte del fenomeno, relegato dietro e dentro le mura domestiche. Visibile o invisibile, la violenza in famiglia ha sempre due vittime: prima, e senza dubbio, chi la subisce, ma anche, in secondo luogo, chi la agisce. È per questi uomini, definiti “maltrattanti” che a novembre, a Treviso, sarà avviato un corso. Il primo del suo genere nel Triveneto. Promosso dalla cooperativa “Una casa per l’uomo”, il progetto si rivolge agli operatori che lavoreranno con mariti e fidanzati violenti.

Ottanta ore di formazione nella sede della Caritas Diocesana di via Venier, concepite in collaborazione con il Cam (Centro di ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze). L’obiettivo è di creare una rete competente e capace di attivarsi per un recupero dei maschi che alzano le mani. «Vogliamo sviluppare un servizio di presa in carico di queste persone basato su un’accoglienza terapeutica», spiega Francesco Fiorentin, operatore di “Una Casa per l’uomo” «di violenza al maschile se ne parla ancora molto poco nel nostro paese, ma si tratta di un aspetto non trascurabile che impone una riflessione e una risposta adeguata».

Comprendere la violenza e attivarsi per non ripeterla fuori dai tradizionali luoghi comuni. «La violenza intra-familiare non è una malattia, non bolliamola col raptus, è fuorviante», continua Fiorentin, «per uscire dalla violenza bisogna restituire la responsabilità a chi la agisce, aiutando la persona a modificare quegli atteggiamenti e prassi violente». Prassi che iniziano quasi sempre con frasi e insulti: «Non vali niente», «Guarda come ti vesti», «Smettila di uscire con quelle amiche». Parole che sminuiscono il partner, lo svalorizzano, ne limitano le relazioni sociale, e spesso si acuiscono in particolari momenti della vita di coppia.

«Una gravidanza, una separazione, problemi di lavoro per esempio», evidenzia Nicoletta Regonati psicologa della cooperativa montebellunese, «possono far si che alcuni atteggiamenti culturali, già esistenti, si esasperino». Le cose peggiorano e si passa dalle parole alle mani. Non esiste un identikit dell’uomo violento, la violenza agita è presente in tutte le fasce della popolazione, continua l’esperta. «La violenza di origine patologia è l’eccezione, trattandosi prevalentemente di un atteggiamento culturale, l’uomo punta a minimizzare il proprio operato. Il corso formerà dei professionisti capaci di accompagnare chi usa violenza a riconoscere quanto fatto e a rielaborarlo».

di Valentina Calzavara